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tratto da un articolo di Laura Formenti

* Professore associato, Università degli Studi di Milano Bicocca; Direttore Scientifi- co della Libera Università dell’Autobiografia, Anghiari (ar).

Genitorialità (in)competente? Una rilettura pedagogica per leggere l’articoo integralmente

Come scriveva Winnicott:

Nel lavoro di crescere i figli, le cose importanti si fanno momento per mo- mento, mentre accadono i fatti della vita. Non esistono lezioni, né momenti specifici per imparare (Winnicott, 1993, p. 31).

Tenendo conversazioni alla radio già negli anni ’30, Winnicott è precursore sia del ruolo dell’esperto, sia di quella focalizzazione sulle responsabilità materne, sopra criticati. Eppure la sua «pedagogia» appare estremamente consapevole e riflessiva, ben lontana da quello che avviene oggi:

Si possono raggiungere ottimi risultati utilizzando ciò che la gente sente, pensa o fa, costruendo a partire da questa premessa una base di discussione o di insegnamento per ottenere una comprensione più ampia. In questo modo l’in- formazione circola e chi ascolta non perderà la fiducia in se stesso. Non è facile insegnare con questo sistema, poiché bisogna sapersi rendere conto di quando noi stessi siamo in una condizione di ignoranza (Winnicott, 1993, p. 3, ).

E così sul tema dei «no» Winnicott manda in onda una conversazione tra madri che «stanno bene», cioè non vivono grossi ostacoli nel rappor to con i figli. Madri che non fanno notizia, ma sanno adattarsi ai bisogni del bambino, hanno strategie, procedono per prove ed errori. Madri che esercitano il no e il sì, la regola e il desiderio, la possibilità di godersi i figli. Viene evitata così la pedagogia dell’istruttività, delle esortazioni, del giudizio, ma anche della spettacolarizzazione.

Non dimentichiamo però che il senso di incompetenza è alimentato dai genitori stessi:

Non si sentono tranquilli […] in balia di tutto ciò che piomba loro addosso nei momenti critici, inaspettatamente, quando non si ha il tempo di riflette- re. Magari quei genitori hanno dato al bambino uno schiaffo, un bacio, un abbraccio, oppure gli hanno sorriso. È stato sicuramente giusto così, non si poteva fare di meglio. Nessuno avrebbe potuto dire loro che altro fare in quelle circostanze, poiché realisticamente non potevano essere previste. In seguito, tuttavia, i genitori tornano a discuterne […] si sentono confusi riguardo alla natura stessa del problema. A questo punto tendono a sentirsi in colpa e sono pronti a dare ascolto a chiunque parli con autorevolezza o dia loro degli ordini (Winnicott, 1993, pp. 2-3).

L’incompetenza o competenza nasce dunque in un contesto, in un certo tipo di relazione. Quando vige l’idea che un padre o una madre dovrebbe fare qualcosa (di diverso da ciò che fa) l’effetto è disastroso. Produrre questi sentimenti è un atto lesivo della dignità del genitore, ma anche del figlio. Infatti, la dignità e l’integrità delle persone in una famiglia sono strettamente correlate:

La disoccupazione, l’esilio, la perdita di una posizione prestigiosa o l’incapacità fisica o mentale sono esempi di situazioni che possono far sentire a una persona di non rappresentare più un valore per chi gli è vicino (Juul, 2001, p. 90).

L’incompetenza in un membro della famiglia genera effetti di riverbero, biasimo e disvalore, sulla famiglia intera.

Per un genitore non è frequente essere trattato da adulto, avere diritto di parola, di scelta, specialmente se si tratta di un genitore stigmatizzato. Inoltre, la nostra cultura coltiva un’idea astratta del diventare adulti. Non è la nascita di un figlio che fa maturare; molti anzi hanno comportamenti «immaturi» specialmente con i famigliari, e non c’è nulla di anormale o di sbagliato in questo. Se sostenessimo che è necessario, prima di diventare genitori, essere maturi, avere una sana autostima, saper ascoltare ecc., metteremmo una grossa ipoteca sulla maggior parte delle famiglie. L’autostima e il senso di competenza nascono dentro relazioni di rispetto reciproco, sono generate da azioni integre. Un genitore agisce in modo integro quando assume la responsabilità personale e sociale, e così facendo consente al figlio di fare lo stesso (Juul, 2001).